Qui e ora

Dopo un po’ di tempo credo di aver capito che essere presenti valga più del fare.

Scegliere questo o quello cambia meno dello scegliere di essere qui e continuare a guardare e guardarsi, sentire e sentirsi.

Si potrebbe vivere senza far nulla e solo stare fermi, ma presenti.

Che poi sarebbe impossibile non essere, mentre non fare sempre si può.

Ammesso di esserne capaci…

Gli errori della Madre

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Oggi dicevo ad un amico:

Lavorare è umanamente sbagliato, dovremmo farlo fare alle macchine al posto nostro!

Subito la fantasia mi ha proiettato in uno scenario alla Philip K. Dick, con tanto di insurrezioni delle macchine che prendono il sopravvento su un umano ormai incapace di fare ogni cosa e ridotto in schiavitù per sua volontà o per la scarsa lungimiranza (che ci contraddistingue come specie).

Poi però riflettendoci meglio mi sono reso conto che abbiamo la più grande macchina che lavora per noi sotto gli occhi ogni giorno ed è proprio grazie a lei che viviamo.

Dona a noi tutte le risorse che ci permettono di vivere: aria, acqua, cibo, luce, calore e di fatto ogni cosa ci circondi, oltre ai metodi per gioire e per procreare (o entrambi insieme…😁).

Non ci ha mai chiesto di ringraziarla né di notarla o farle le lodi, quindi noi non lo abbiamo mai fatto.

Noi ringraziamo invece i templi, le nostre culture e ciò che ne è derivato che altro non hanno fatto che ridurci in schiavitù, come nei libri di fantascienza.

Bastava quanto ci era stato donato da lei per vivere ogni giorno, non dovevndo far altro che essere noi stessi godendo di tutto e consegnandogli i nostri scarti, perfettamente integrati nel ciclo della vita.

E invece no, noi vogliamo i telefonini, le auto di lusso e prodotti ben inscatolati in inutili ed eterni materiali plastici…

Notiamo l’esistenza di questa entità superiore soltanto ora che stiamo per uscire dalle sue grazie.

Madre Natura è grande e sa che l’uomo che vive così va estirpato dalle sue terre.

Così pian piano ci dice che “o ci comportiamo bene, oppure ci caccia via per sempre”, tanto lei rimarrà qui  per chi vorrà rimanerci.

Bastava mangiare, bere, correre sui prati, cagare e scopare.

Che presunzione pensare di essere più bravi di lei.

Scusaci Madre Natura, non avevamo capito.

… potevi crearci però anche un po’ più intelligenti, no? Dopotutto cosa ti costava?

Nel cuore di un unicorno

Cuore di unicorno

Cresciamo o invecchiamo soltanto?

Credo che esista un giorno in cui si smette di crescere e si comincia ad invecchiare.

Col tempo incrementiamo sempre più le capacità per essere indipendenti e far fronte agli affari della vita, ma non sempre allo stesso modo.

I traumi, gli eventi che modificano il modo in cui viviamo, giocano un ruolo fondamentale.

Succede così che un bambino che cade a terra impara a camminare e più o meno allo stesso modo succede che una persona smetta di guardare giù da un balcone, smetta di credere in un ideale, e di amare e vivere col cuore.

Se siete tra quelli che pensano che indossare giacca, cravatta ed avere un buon status sociale possa essere una ragione di vita, ciò che scrivo non fa per voi, siate felici come siete e godetevi la vita di questa nostra epoca.

Con queste costruzioni personalmente ci faccio poco e invece sento che col tempo la pelle si raggrinzisce, ed è sempre meno permeabile ai sentimenti sia buoni che cattivi che sono la ragione principale per cui mi trovo qui.

L’esperienza mi ha fatto questo, perché quando una cosa fa male comincio ad evitarla e quando fa bene ho sempre paura che da un momento all’altro possa farmi male e non riesco a viverla a fondo.

Faticoso è restare in contatto con quello che sento e che voglio davvero.

E così stamattina mi sono chiesto: Qual è il mio vero sogno?

Ho temporeggiato un po’ ed ho poi chiesto aiuto a mia figlia girandole la domanda per trarre ispirazione.

La risposta mi è sembrata incredibilmente bella.

“Papà, io vorrei essere nel cuore di un unicorno”.

In effetti difficile pensare di meglio.

Lotta intestina

Non tutte le guerre vengono combattute all’esterno, anzi, credo che la maggior parte di queste avvengano dentro noi stessi.

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E’ questo il maggior numero di guerre con cui ciascuno di noi si confronta, le tregue sono poche, chiamate distrazioni, ma poi si riparte e la pace viene ristabilita raramente ed in sprazzi di tempo limitato di cui ci accorgiamo appena superficialmente.

Combattiamo dentro di noi tra la volontà intima, vera, quella un po’ incosciente di bambini senza peli sulla lingua contro quella esterna che ci rende individui della società.

A volte combattiamo tra ragione e sentimento, tra amore e odio, accoglienza e riluttanza.

Siamo esseri davvero complicati noi umani, destinati a combattere armati con noi stessi talvolta all’ultimo sangue. Alcune persone annullano l’una o l’altra fazione intestina e distorcono pensiero ed azione convertendosi in estremisti, integralisti.

Siamo capaci di praticare vere e proprie amputazioni dei pensieri o dell’anima.

C’è un fatto strano però: la maggior parte di noi non si infliggerebbe un dolore fisico autonomamente, quanto invece saprebbe farlo per principi morali, per credenze, per ideali o per amore.

Gli animali sono più coerenti e vivono in armonia con loro stessi, con gli altri e la natura.

Noi e il nostro cervello che ci rende unici e dominanti sulle altre forme di vita, invece, non siamo ancora in accordo nella pancia, nel cuore e nella testa. Figuriamoci quanto possa essere difficile esserlo gli uni con gli altri.

Siamo destinati ad avere diverticoli e relazioni a gas.

100Km Del Passatore: Con le mani in pasta è tutto differente

Posso dire di avercela fatta, di essere arrivato in fondo a questa durissima sfida che “lascia il segno”.

L’immaginazione purtroppo o per fortuna non riesce mai ad eguagliare la realtà, e per quanto ci si possa definire preparati, non lo si è del tutto finché non si è dentro la sfida.

Sabato mattina sono partito insieme ai miei compagni di avventura verso Firenze, tutti alla prima esperienza in questa sfida.

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E’ stato difficile decidere quali scarpe utilizzare, scegliere i giusti calzini, maglietta, se portare o no lo zaino, come suddividere le borse per farle consegnare alle varie tappe.

Tuttavia, ad un certo punto il momento è arrivato, il giudice di gara ha premuto il grilletto allo start e siamo partiti verso quell’ignoto con cui avevo chiuso il precedente post (Preparando il Passatore) per vedere come sarebbe andata a finire…

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All’interno di Firenze ho avuto l’impressione che un branco di cavalli pazzi avesse voglia di sfogare tutto l’allenamento e lo sforzo fatto per essere lì, si percepiva forte quel collo di bottiglia fatto di strade strette, transenne e auto parcheggiate ad impedire il rilascio di tanto sfogo e voglia di esplodere.

Appena fuori dal centro, finalmente la mandria si è allungata in un serpentone di persone spargendosi in base alle varie andature e ci siamo potuti concentrare sull’andatura.

Avevamo deciso di mantenere i 9 min/km inizialmente per scaldarci con tranquillità ed in caso accelerare se le gambe ce l’avessero chiesto.

La salita inizia quasi immediatamente fuori città, e quella media sembrava quella giusta per non andare in affanno, una necessità per reggere la lunga distanza.

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Al primo ristoro (ce n’erano uno ogni circa 5 Km durante tutto il tragitto) già il gruppetto di noi fitwalkers Arianna, Simona, Alfonso, Luca e il sottoscritto si era diviso di qualche centinaio di metri e ci siamo aspettati. Poi il secondo ristoro e l’attesa si è fatta più lunga, quindi noi tre scalpitanti (Io, Arianna e Alfonso) abbiamo seguito le nostre gambe e siamo andati un po’ avanti.

Le nostre accompagnatrici in bicicletta Arianna e Christina facevano la spola tra noi tre e gli altri due, riferendoci tempi, andature e perplessità varie.

Arrivati a Vetta Le Croci, il più piccolo e primo dei due picchi, si è cominciati a scendere un po’ fino alla base della vera e tanto temuta salita della colla.

A Borgo S. Lorenzo eravamo al km 30, all’incontro col primo camion bagagli, dove oltre ad esserci rifocillati, ci siamo cambiati e preparati per il calar del sole con abiti più pesanti, giacchetti pronti all’uso e lampade.

Ci siamo ricompattati giusto qualche minuto tutti e cinque per un saluto e siamo ripartiti nuovamente divisi nella stessa formazione precedente.

Un inquietante tramonto ci teneva col fiato sospeso perché all’orizzonte non c’erano che nubi a perdita d’occhio e visibili temporali in lontananza sparsi tra le montagne.

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Mentre in discesa noi fitwalkers siamo svantaggiati rispetto ai runner, in salita è piuttosto il contrario, dove mentre loro si arenano in corsetta e passeggiata, noi andiamo su fischiando come treni con la nostra tecnica di cammino.

La luce calava ed abbiamo ascoltato un suggerimento di attendere più che potevamo ad accendere le luci artificiali per godere di quella naturale che unita al solo rumore dei passi rendeva l’atmosfera davvero magica mentre la strada si snodava tra un paesino e l’altro.

Una certezza è che nessuno, e dico proprio nessuno, ci ha superati sulla salita verso il passo, quando ormai la notte era calata. Siamo arrivati al culmine del passo della Colla di Casaglia in meno di 8 ore (quasi al 50° Km).

Ho optato per non prendere il secondo cambio e risparmiare qualche minuto mettendo su quello che avevo con me nel piccolo zaino da trail: maglia, manicotti termici, un sottile scalda-collo e l’insostituibile giacchetto/guscio in goretex.

Per quanto riguarda le gambe ho lasciato i pantaloncini corti, anche se con forti dubbi e fortunatamente non me ne sono poi dovuto pentire.

Quel ristoro al passo è stato il primo in cui ho trovato il piacevolissimo e famoso brodo caldo oltre qualche pezzetto di formaggio.

Si è proseguito poi per la seconda metà, che dall’altimetria su carta è tutta in discesa, anche se da buon montanaro so che non è mai così sulle scale ampie.

Al passo, tra il ristoro, i movimenti delle persone in preda ai cambi, auto e pullman in manovra (un bel po’ di smog che potrebbe essere evitato dall’organizzazione), abbiamo perso di vista Alfonso. Che credevamo essere ripartito prima di noi.

La pioggia, non eccessiva è cominciata a cadere durante la discesa, alternando l’intensità tra qualche goccia e momenti leggermente più forti ma senza essere mai particolarmente fastidiosa.

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Dai racconti mi aspettavo una pendenza notevole, sia in salita che in discesa, cosa che però non ho percepito, sarà perché con una buona tecnica di cammino si gestiscono bene entrambe.

Quello che è certo è che sulla salita saremmo potuti andare più piano e risparmiare un po’ anche contro quello che sentivamo avendo avuto un po’ più di lungimiranza sulla distanza totale. L’andatura dei più esperti ce l’avrebbe forse dovuto suggerire…

La discesa andava via comoda e veloce e in men che non si dica abbiamo raggiunto il km 60 nel buio pesto, completamente immersi in una nuvola bassa nel un profumatissimo bosco, in un lungo snodarsi di lucine bianche, rosse, verdi e blu delle lampade degli atleti mentre tagliavamo i tornanti discendenti in direzione Faenza.

Credo che sia stato a quel ristoro che facendo due chiacchiere su cosa ci aspettava, un ragazzo ci ha avvisato: a Marradi inizia la gara, fatevi fare un massaggio e ripartite con calma.

Senza sapere cosa volesse dire siamo arrivato lì, al Km 65, provati ma ancora in piedi e vista la fila per il massaggio abbiamo scelto per uno stretching fuori la porta.

Qualcosa però dev’essere successo perché da lì in poi, a 35 km dall’arrivo è cambiato tutto.

Le gambe di entrambi, le mie e di Arianna si sono irrigidite e ripartire sembrava davvero difficile.

Tuttavia un passo dietro l’altro siamo arrivati al km 70, e poi sempre più faticosamente al ristoro del Km 75.

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Ovunque intorno a noi torrenti e cascate scendevano grandi e piccole verso valle nella notte. Invisibili agli occhi, ma davvero suggestive da ascoltare.

A pensarci superficialmente, tra 75 e 100 rimane poco se non ci si sofferma troppo a contare, ma con quel pregresso lì, con quei km già sulle gambe, ogni passo era doloroso per un motivo o per un altro.

Quello che frenava me erano le vesciche, infatti anche se rifiutavo di togliermi le scarpe per paura di non riuscire poi a rimetterle, sentivo un fastidio enorme sia sotto l’avampiede che sotto il tallone.

Non avevo mai provato quella sensazione perché di vesciche ho sofferto sporadicamente e comunque mai facendo fitwalking.

Però una stupidaggine l’avevo fatta, una di quelle che “da manuale” non si fanno mai: usare calzini non collaudati.

Si dice infatti che in gara non si prova mai niente senza che non sia stato ampiamente collaudato in allenamento, che sia una scarpa, un integratore alimentare, una maglia o ahimè… dei calzini.

Oggi so quanto mi sia costata questa scelta. Mi sono affidato al fatto che ho sempre corso con calzini qualunque e immaginavo che questi appositamente studiati per il running sarebbero stati migliori.

Che fossero troppo nuovi? Non lo saprò mai, ma me ne ricorderò bene da qui in avanti e non credo che commetterò nuovamente lo stesso errore.

Abbiamo cambiato i nostri obbiettivi da quel punto in poi. Gli orologi, le velocità, i passo, il programma che ci eravamo fatti sono andati all’aria e ci siamo detti di puntare solo ad una piccola cosa: altri 5 km, ovvero il prossimo ristoro.

Ripartire è stata dura e abbiamo impiegato un bel po’ di tempo per riprendere velocità e tornare ad un passo intorno ai 10 min/km.

Poi un’altra volta fermi tra stretching e gambe in aria, e partire era sempre più difficoltoso.

Da un ristoro all’altro. Di cinque in cinque chilometri…

Il sole cominciava a salire, il dolore aumentava e la stanchezza si faceva sentire addirittura con qualche colpo di sonno.

Oltretutto quando si cammina con un dolore, si compensa con posture sbagliate e sono subentrate rigidità alla schiena e al collo.

Abbiamo saltato un ristoro prendendo giusto due cose al volo sperando fosse la scelta giusta ed in effetti siamo riusciti a fare altri 10km. In effetti più la sosta era lunga, più la ripartenza era difficile.

Mancavano ormai poco più di 15 Km al traguardo, ma sono stati senza dubbio i più lunghi e lenti della mia vita.

“15 Km” sono per noi un allenamento tranquillo in una normale condizione. Un numero che normalmente somiglia alla parola “serenità” che però era diventato in questa occasione spaventosamente grande.

Ogni passo, ogni appoggio del piede era uno sforzo duro per non urlare dal dolore.

Dovevo ormai arrivare in fondo, non potevo fermarmi lì. Mi sono concentrato sui momenti belli della vita per contrastare le crisi che arrivavano sempre più forti, visualizzando il comfort del divano e qualche caldo abbraccio di amore di un pomeriggio tranquillo davanti alla tv quando fuori piove.

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Così ancora avanti fino a Brisighella, il paese più odiato dai centisti, dove un’indicazione stradale diceva “FAENZA 12”>.

Entrati nel paese c’era l’ultimo controllo dell’intertempo, un altro ristoro e una tenda della Croce Rossa dove ho chiesto se potevano fare qualcosa per i miei piedi.

Purtroppo non mi hanno aiutato e siamo ripartiti dopo un micro-sonno di tre o quattro minuti per altri 5 Km, un’altra interminabile tappa.

Solo 5 o 6 km dalla fine, ormai era fatta quando siamo arrivati all’ultimo ristoro.

C’era una ragazza fuori alla tenda medica stavolta ed ho fatto la stessa domanda di prima: “potete fare qualcosa per le vesciche?”

Mi hanno detto di entrare e la dottoressa me ne ha curate un paio, purtroppo le meno fastidiose, drenandole ed incerottandole.

Siamo ripartiti sempre più lenti e dopo un solo km o forse meno una pioggia torrenziale ha cominciato a cadere allagando completamente la strada e la piccola pista ciclabile a bordo strada su cui camminavamo, improvvisamente trasformata in un canale di scolo e a tratti in una corsia per il nuoto libero.

Abbiamo provato a cercare riparo sotto gli alberi, ma nessuno teneva quella fastidiosa massa che non voleva altro che infastidirci e rovinarci il gran finale.

Non c’era altro da fare, fradici come non mai procedevamo fianco a fianco io e Arianna, ognuno con i suoi dolori qui e là, barcollando tra l’altro per il freddo e il sonno.

Erano sette anni che non pioveva al Passatore.

Ci dicevamo frasi come “MAI PIÙ! ” oppure “QUESTA E’ LA PEGGIOR GARA DELLA MIA VITA”.

Un passo dopo l’altro, uno più pesante dell’altro, siamo andati avanti e poco prima del centro città la pioggia è diminuita quando sull’interminabile rettilineo per entrare in piazza a Faenza abbiamo visto il gonfiabile dell’arrivo e siamo finalmente passati sotto il traguardo.

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Diciotto ore e qualche minuto che non mi interessa, perché in questa gara il tempo non conta, conta esserci arrivati, aver superato le difficoltà a piccoli passi, a piccole lotte.

E’ stato un viaggio cominciato tempo fa e  che è culminato in queste ore, fatte di grinta, energia, concentrazione, forza, sudore, amicizia, resistenza, dolore, passione, resilienza, ingegno, tecnica, fatica e soprattutto amore per la vita.

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Avremmo potuto impiegarci almeno un’ora in meno o forse due se non avessimo commesso errori che non sapevamo in sfide che non potevamo immaginare di dover affrontare.

Oggi però è fatta. Sono anch’io un “Passatore”.

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Ringrazio tutte le persone che mi sono state vicine ed a cui in parte devo questo importante traguardo. Stefania e Arianna per prime, Nicola per il suo esempio di forza, ma non meno anche i compagni di avventura e di squadra, tutti gli istruttori che mi hanno seguito, chi mi ha dato consigli, i colleghi che mi sopportano, tutti i miei amici vicini e lontani, papà e le sue preoccupazioni, Sole e Sirio che mi fanno sorridere il cuore, Rita e Marcello, e tutti quelli che premono il pulsante like ed a cui piace ascoltare qualche parola delle mie esperienze sperando che siano utili anche a loro.

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Preparando il Passatore

Sono stati mesi duri dal punto di vista dell’allenamento. Ho cercato di riunire in questo ultimo anno allenamenti di potenziamento, resistenza, alimentazione e tecnica ma anche di volontà, pianificazione e gioco di squadra.

Ognuna di queste componenti gioca un ruolo specifico per traguardare l’obbiettivo che mi sono posto quest’anno: La storica 100 Km del Passatore (http://www.100kmdelpassatore.it)

Lo sparo dello start che darà il via all’avventura ed allo scopo di tanto sudore e dedizione avverrà tra 10 giorni, alle ore 15:00 del 25 Maggio a Firenze e mi porterà (così si spera) il giorno seguente al mattino a Faenza attraversando l’appennino con i 913 metri s.l.m. del passo della Colla di Casaglia, stimando di camminare per un tempo compreso tra le 15 e le 19 ore complessive.

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Per chi non conoscesse questa gara, è una delle ultramaratone più famose d’italia, un classico per gli ultramaratoneti, e per me sarà la prima volta.

Prima di questa gara ho fatto la mia massima lunghezza alla “Strasimeno”, il giro del lago Trasimeno, della lunghezza di 58 km e la sfida dei cento mi eccita e mi spaventa allo stesso tempo perchè oltre quella distanza ‘conosciuta’ mi aspetterà ancora un’ulteriore maratona di 42Km per l’arrivo.

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Volevo scrivere quì qualcosa che desse l’idea di cosa significa anche soltanto iscriversi ad un evento simile, perchè per farlo, bisogna essere sicuri che ci sia almeno una piccola possibilità di riuscita.

Io ho cominciato così, sentendone parlare da un collega che è stato in grado di tagliare il traguardo e discutendone con la mia coach Arianna. Sono passati due anni (e due “Passatori”) da quando ne parliamo, e quest’anno quando è stato il momento ci siamo iscritti insieme ad un piccolo manipolo di sognatori della nostra squadra (www.SportTeamTrigoria.it).

Non conosco la tabella di marcia di allenamento di tutti i miei compagni di squadra, ma personalmente ho cercato di allenarmi ogni giorno fuori casa, in casa e in palestra, di giorno e di sera, da una a quattro ore con la massima continuità.

Durante gli allenamenti ho pensato ai miei compagni di squadra e di avventura ed ho immaginato di esserci collegato mentalmente cercando di percepire la loro energia darmi forza per la preparazione, per spingere ancora un po’, ed ho cercato di trasmettere virtualmente a loro altrettanto indietro.

Ho gareggiato fianco a fianco a loro in molte occasioni e conosciamo ormai punti di forza e debolezze l’uno degli altri. Lo spirito di squadra e di amicizia del nostro team sarà tale che anche chi non se la sente di gareggiare, verrà a supportarci seguendoci in bicicletta per darci conforto, aiuto fisico, morale e credo che questo sarà di cruciale importanza nei momenti di crisi.

Ho variato gli allenamenti a partire dal quelli specifici di Fitwalking di lunga, media e corta distanza, quelli di potenziamento con l’allenamento funzionale ovunque potevo e gli allenamenti cardiovascolari con molte sedute settimanali su bike e tappeto.

Ho provato diverse tecniche alimentari, messe anche alla prova su gare di lungo raggio (alla Strasimeno e alla maratona di Roma), con prove differenti di alimentazione ed integrazione prima e durante l’attività.

Ho provato tecniche di auto aiuto per affrontare le crisi ed aumentare la resilienza, cercando di comprendere, correlare e saper distinguere tra problemi fisici di stanchezza e dolore da quelli mentali di abbattimento e… irrefrenabile voglia di fermarsi. Un tipo di allenamento difficile da affrontare, sfidante e spesso sottovalutato.

Ho addirittura valutato ed elaborato la possibilità di ritiro per non trovarmi impreparato qualora mi dovessi trovare costretto a valutarla.

Mi sono allenato ogni giorno, anche e soprattutto quando non mi andava, dando prova a me stesso della volontà di affrontare questa sfida nel pieno delle mie capacità, al massimo della forma.

Ho ripreso anche il piano formativo per diventare divulgatore di Fitwalking, abbandonato qualche tempo fa e mi sono messo a lavorare nuovamente per migliorare tecnica ed efficacia della camminata secondo il metodo ideato da Maurizio Damilano (www.fitwalking.it) e se tutto va bene, vorrei concludere il percorso a fine Giugno.
Spero di aver ricordato tutto, tra qualche giorno faremo il briefing di squadra e il biglietto del treno è fatto. Resta quindi di preparare i bagagli strategici da lasciare ai camion e dare un’ultima stretta agli allenamenti per poi arrivare al riposo pregara e partire.

Non si molla e se si molla si deve esser certi di aver dato tutto e io non ho lasciato nulla al caso se non l’ignoto.

DAJE!

30 Litri di lacrime

…e così un giorno ti svegli e ti rendi conto che la partita si è allontanata dall’inizio ovvero dal momento in cui tutto è ancora consentito ed hai un libro con migliaia di pagine bianche da riempire.

Non è ancora tutto scritto, ma hai giocato un po’ di carte e la partita pur essendo lontana dalla fine, comincia ad essere segnata, le possibilità diminuiscono, il gioco è stato scelto ed è troppo tardi per cambiare strategia.

IMG-20190314-WA0000Quel giorno in cui incroci le dita e speri che il lavoro fatto finora sia stato quello giusto per essere la persona che volevi, nella vita che volevi, oggi e in quel che resta da scrivere.

Ho ascoltato oggi “Di Vino” dei Marta sui Tubi e se anche io non sia un gran critico di testi perchè spesso ingenuamente non ne capisco il significato nascosto, pensavo a quante lacrime avrò già utilizzato e quante me ne restano.

Nel testo si dice che dei 30 litri che nella vità versiamo, un solo litro sarà di gioia.

Ci sono due cose che non mi vanno giù di questo concetto: Il primo è che mi innervosisce il fatto che qualcuno possa sapere la quantità di lacrime che verserò, il secondo invece è che non vorrei che il mio prezioso litro finisse.

Chiaro che non tutto può rientrare nelle statistiche ma più confronto la mia storia con quella degli altri e più mi rendo conto che molte persone hanno vissuto una storia simile alla mia, magari in una strada di fianco.

Ognuno incontra un destino differente ma qualcosa lega le vite delle persone l’una all’altra a tal punto da poterne fare statistiche.

Quante altre possibilità di vita non viviamo senza rendercene conto? Quanto forte è la nostra volontà e quanta invece è l’imposizione della società o di una forma di “massoneria” che decide come dobbiamo vivere?

Non volendo, anzi cercando di non seguire le canoniche vie, credo lo stesso di esserci finito in mezzo.

Oggi conosco alcune ‘sliding doors’ della mia vita, quegli eventi che hanno cambiato il corso della mia storia. Nel momento in cui sono accaduti o che ho fatto determinate scelte non avrei mai potuto immaginare dove mi avrebbero portato.

Riguardando indietro la mia vita vedo decine di questi momenti cruciali.

In quei nodi temporali si può giocare e quasi sempre questo avviene con ignoranza e superficialità, perchè il futuro è ignoto e per questo alcuni eventi sembrano avere lì per lì poco peso.

Cambi strada e forse non fai un incidente, mandi un messaggio e ti ritrovi innamorato, bevi una birra e trovi un vero amico per la vita… Un “whops”, ed hai tra le mani una creatura che cambia il tuo concetto di amore per sempre.

Vorrei aver saputo riconoscere di trovarmi al momento di decisioni così importanti, ed oggi se potessi tornare indietro vorrei poterle rivivere con consapevolezza.

Non intendo dire che le scelte fatte siano state sbagliate ed avrei voluto fare diversamente, anzi probabilmente le rifarei.

Credo però di avere ai comandi un timoniere senza occhi e ho il timore di essere irrimediabilmente alla deriva su una nave con un timone che non è l’unico a decidere la direzione della nave.

Anche ciò che crediamo di aver scelto consapevolmente si tramuta in qualcosa di ignoto e impensabile, e non intendo bello o brutto, ma semplicemente inaspettatato.

Sono sempre più sono convinto che salire su un bus e godersi il paesaggio fino alla fermata successiva sia la scelta di vita migliore, ovvero scegliere una destinazione con la consapevolezza dell’ignoto sul percorso, sui compagni di viaggio, sulla precarietà dei bagagli, sul posto in cui siederemo e semplicemente seguire il flusso con curiosità, stupore e malleabilità.

Personalmente mi piace il posto dal lato del finestrino, per guardare fuori… anche se sto imparando che il viaggio interiore non è da sottovalutare.

Se avessi potuto scegliere tutti i dettagli della mia vita, non sarei potuto essere così fantasioso e di certo mi sarei annoiato di più

Nel frattempo mi godo ognuno dei miei giorni, ringraziando di essere quì e poterli sentire un minuto alla volta, sperando di avere lacrime a sufficenza fino all’ultimo dei miei giorni.

 

 

Memoria, comprensione e ragionamento

Come quasi tutti i miei lettori sanno, suono la batteria. La difficoltà più grande per me è ricordare l’inizio di un pezzo, collegare quel nome di canzone al suo incipit. Una volta iniziata riesco a suonarla fino alla fine anche se per alcune caratteristiche sarà sempre diversa. Ci sono dettagli che non memorizzo mai e cambio di continuo. Sono un improvvisatore per necessità, soprattutto sui finali e sui ‘fill’.

Conosco un po’ dei miei lati negativi, e fra questi la mancanza di memoria è proprio il più antipatico.

Tanto per farvi capire, non ricordo se ho scritto già un articolo su questo tema.

Dopo aver gettato la spugna alla fine del liceo, ho cominciato a studiarmi tecniche che mi aiutassero a ricordare qualcosa.

Per esempio comune è non ricordare i nomi delle persone ma in me il problema è talmente radicato da non ricordare neanche i nomi di personaggi famosi, come magari dei miei idoli musicali.

Ho provato mille tecniche, una volta ho frequentato un paio di giornate di un corso di memorizzazione ma imparare le tecniche era difficile e in più le ho dimenticate dopo qualche ora…

Nel tempo però, come accade in ognuno di noi, ho escogitato un piano per limitare questa mancanza.

La mia tecnica è: capire.

L’ascoltare si ferma in superficie, mentre il capire mi rimane. Ho bisogno di comprendere non soltanto ciò che devo ricordare, ma anche i ragionamenti alla base dei fatti, in modo che potrò partire da qualche vecchio assunto per poi ricostruire il pensiero ed arrivare infine al ricordo da raggiungere.

Questo è davvero stressante perchè richiede di non fermarsi mai al fatto in sé, ma di dover sempre andare a fondo.

Dopo aver tempestato le persone di domande per qualche anno nella mia vita, ho cominciato a costruirmi idee mie alla base dei loro ragionamenti, così da poterli ricordare.

L’ho fatto talmente tanto che ho creduto a volte di avere in testa il loro pensiero mentre probabilmente era una mia proiezione volta all’immagazzinare dati sugli altri.

Da qui vengono fuori frustrazione e a volte con le persone più vicine anche scontro.

Esiste tuttavia un lato positivo, sono diventato molto bravo a ragionare anche se a forza di farlo con persone che la pensano diversamente tra loro, mi sono convinto che ognuno abbia la sua verità e che tutte queste mi vanno bene del tutto o in parte.

Bella rogna. Spesso mi immagino nell’aldilà a girovagare con la bandiera bianca degli ignavi, coloro che non hanno mai scelto.

Spero che Dante si sbagliasse.

Maledetta memoria…

Allacciare gli scarponi

C’è un laccio che mi ha sempre legato alle montagne.

Ho cominciato da bambino con i miei che mi portavano per malghe l’estate e poi a sciare d’inverno. Questo prima di conoscere lo snowboard da ragazzo e l’escursionismo e l’arrampicata da adulto.

C’è un qualcosa di magico quando alle 6 di mattina ti metti in macchina da Roma per raggiungere l’Abruzzo, dove sono le montagne più alte del centro Italia. L’aria è fresca fuori dalla porta, ma sai che lo sarà di più quando arrivato all’attacco scenderai dall’auto per allacciarti gli scarponi.

E’ quel momento magico, in cui i preparativi dell’escursione, o della sciata, l’allenamento, la progettazione e la preparazione dello zaino, la scelta dell’attrezzatura, il confezionamento del pranzo e la scelta dei vestiti prendono finalmente forma e significato.

Sei uscito di casa già da ore, ma solo ora ti metti veramente in gioco, quando i tuoi piedi calzano quelle maschere che li trasformano in pura avventura.

La cura nello stringere i lacci alla giusta tensione mentre l’aria frizzante del mattino pizzica nelle narici, ha il senso di un insieme di aspettativa, speranza, paura, gioia ed euforia da tenere a redini tirate, pronte per essere rilasciate quando sarà il momento, come attrezzi da un coltellino svizzero pronto all’uso.

Il fiocco è un’arte estetica e dev’essere bello e dal giusto verso, come vorremmo che fosse il momento del nostro arrivo in vetta, o il nostro trick, perfetto, mozzafiato.

E infine il doppio nodo, ovvero la consapevolezza che qualcosa potrà andar male, ma che noi ce l’avremo messa tutta per fare in modo che ciò non accadesse.

Poi tutto all’indietro quando al bar, davanti una birra o un vin brulé, tireremo via le somme di una lunga giornata di emozioni di cui per qualche ora rimarrà forte l’odore.

…fino alla doccia e al letto, per poi tornare al lavoro il lunedì, aspettando di poterli annodare ancora i nostri scarponi, presto.

I miei primi metro di ferrata

I miei primi metri di ferrata. Dove tutto ebbe inizio… (Attacco della galleria del castelletto, Tofana di Rozes)

Successi e fallimenti

Successo e fallimento sono parole che traggono in inganno.

In effetti sto per spiegarvi come possono avere significati opposti a quello che si penserebbe.

Il successo è qualcosa che volge a terminare, in effetti la parola ha un duplice significato: oltre che un sostantivo é un verbo, ed è al passato.

Qualcosa é già ‘successo’, qualcosa che ci ha portato all’apice ma anche che sta per cadere o perlomeno per diventare statico.

La parte importante infatti della vita di una persona non è il successo ma il percorso che è stato fatto per arrivarci. I sogni e le notti insonni per raggiungere il proprio obbiettivo sono il vero valore.

Quindi il successo segna un processo ormai finito ed è una condizione molto meno nobile del fallimento.

Il fallimento rappresenta anch’esso il culmine di un grande impegno.

Fallire significa avere il coraggio di saltare col paracadute prima che l’aereo cada.

L’esperienza gioverà ai progetti futuri e ci farà rinascere.

Infatti ció che fallisce é il progetto ma l’uomo che l’ha sognato é nuovamente pronto a sognare.

(Grazie a Diego per lo spunto)

Nel biscotto della fortuna che ho ricevuto dopo aver scritto questo post...

Ecco cosa c’era nel biscotto della fortuna che ho ricevuto dopo aver scritto questo post…